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Come chitarrista Riccardo Misto ha esplorato parecchi generi e stili, padroneggiando sia lo strumento acustico (6 & 12 corde) che quello elettrico, passando dal country e fingerpicking al rock, al blues e al jazz. La sua formazione è fondamentalmente autodidatta, con alcuni brevi studi con il leggendario chitarrista americano Larry Coryell, che ha avuto parole di grande apprezzamento e incoraggiamento nei suoi confronti.


RAGA PER IL XXI° SECOLO:GUITAR RAGA PROJECT

L’antica tradizione del raga indiano si rinnova in un processo evolutivo basato sulle potenzialità espressive, creative e terapeutiche offerte dal contato con la cultura musicale dell’occidente.
Il progetto prevede l’elaborazione di specifici raga della tradizione hindustana e carnatica, utilizzando come strumento solista la chitarra elettrica.
Già nel 2010, grazie alla collaborazione col grande sarodista di Calcutta Partho Sarothy, vi è stata una sperimentazione in tal senso, concretizzatasi nel concerto “Asia-Europe Balance Raga”.
Dopo questo primo passo, si apre ora una nuova fase che poggia su questi principi guida:
1) scelta di specifici raga che, in base ai principi del Nada Yoga, risultano più utili ed efficaci ai fini di un processo terapeutico che va ad aggiungersi al valore estetico-musicale.

2) uso della chitarra elettrica con un timbro decisamente saturato: questa sonorità è in grado di produrre un ampio spettro di armonici, avvicinandosi in qualche modo al timbro di alcuni tipici strumenti indiani (sitar e rudra veena, soprattutto). Inoltre, risulta molto utile nel raggiungere un vasto auditorio giovanile, naturalmente molto attratto dalle sonorità della chitarra rock-jazz, permettendo così una più facile diffusione del raga indiano in occidente.

3) uso degli armonici naturali ed artificiali, quali nuovo tipo di gamaka (abbellimento): questa particolare tecnica esecutiva permette al solista di produrre suggestivi armonici che creano un potenziamento dell’effetto emotivo complessivo.

4) uso della leva vibrato: anche in questo caso si ottiene una interessante gamma di gamaka, a vantaggio di una maggiore espressività.

5) uso di un nuovo tipo di bordone che unisce la sonorità tipica della tanpura indiana a quella elettronica del sintetizzatore.

6) uso di strutture armoniche collegate alla linea melodica della scala utilizzata nel raga: in tal modo, senza alterare l’atmosfera emotiva del raga (rasa), è possibile aumentarne le sfumature emotive e rendere inoltre la composizione più accessibile per un pubblico occidentale, abituato all’uso dell’armonia.

7) Conservazione della classica tripartizione nell’esposizione del raga (Alaap, Jhor, Jhala), in continuità con la tradizione.

RAGA KIRWANI: Alaap


“JAMMIN’ WITH…”
Riccardo Misto plays guitar along with great drummers
Video Studio Performances


Dopo la serie dedicata al Sarod indiano e a sette composizioni di John McLaughlin, un nuovo capitolo di “Video Studio Performance”, dove questa volta è protagonista la chitarra elettrica, suonata su basi estrapolate da brani in cui la ritmica è affidata a grandi maestri della batteria. Pur essendo il progetto concepito in considerazione di differenti batteristi non è un caso se anche questa volta, in tutti i titoli originali, sia comunque presente John McLaughlin, o come autore o come esecutore.
La chitarra usata dal multistrumentista italiano Riccardo Misto è una Epiphone by Gibson, modello Sheraton, modificata con l’aggiunta di una leva vibrato Bigsby e con la tastiera resa “scalopped”. E’ stata registrata direttamente, tramite il processore Roland GP100.

1. Dark Prince (Tony Williams, Trio of Doom, 1979) [4:34]
Il primo batterista della serie è Tony Williams, uno dei capostipiti della moderna scuola di batteria. Il brano è stato realizzato estrapolando l’intro della versione live di Dark Prince, registrata dal “Trio of the Doom”, il supergruppo formato da John McLaughlin con Jaco Pastorius, in uno storico concerto all’Avana. Il 3 maggio 1979 il Dipartimento di Stato degli USA aveva sponsorizzato una visita a Cuba per un festival di tre giorni all’Avana, conosciuto come “Havana Jam”.
E’ stato creato un loop, formato da varie sezioni assemblate della track.
Nessun altro strumento è stato aggiunto al brano oltre alla chitarra, che dialoga liberamente con la batteria, senza un vero riferimento alla composizione originaria.

http://italia.allaboutjazz.com/php/article.php?id=1962




n.2 - Hunting/The witch (Trilok Gurtu) John McLaughlin -- Molom, 1995.[3:03]
Vari spezzoni della traccia originale (dalla colonna sonora del film Molom) sono stati estratti e ricomposti, cercando di evitare tutte le parti dove fosse presente la chitarra originale. Sulla nuova base così strutturata si snoda l'improvvisazione, con "clusters" di fluenti e nervosi fraseggi.

http://wonderful-music.softarchive.net/john_mclaughlin_molom_a_legend_of_mongolia.108172.html




n.3 - Tones for Elvin Jones (Dennis Chambers e Zakir Hussain) Live at Crossroads Guitar Festival, 2004)[3:14]
La base è stata realizzata prendendo la sezione del brano in cui Dennis Chambers duetta con Zakir Hussain alle tabla, nella versione live al Crossroads Guitar Festival del 2004, omaggio per la scomparsa del grande batterista. La versione originale in studio faceva parte del CD "After the Rain" del 1995, dove assieme a John Mclaughlin e Joey Di Francesco (all'organo Hammond) c'era appunto Elvin Jones alla batteria.
E' stata aggiunta una traccia di synth e tanpura, che conferisce una nota indiana al tutto, in considerazione dell'aspetto modale di questo brano jazz-raga.
L'improvvisazione è basata sulla scala Vachaspati, la numero 64 del Melakartha del Sud India, corrispondente al modo lidio b7 della jazz minor.
Il video originale: http://www.youtube.com/watch?v=CmINrs...




MARCO CORDITIS INTERVISTA RICCARDO MISTO

-- Con la nuova serie di video “Jamming with” e “Jazz guitar standards”, sembri aver abbandonato il filone indiano col sarod, per tornare nuovamente al primo amore, la chitarra.

-- Non è proprio così: sicuramente in questo periodo ho ripreso in mano la chitarra, in modo particolare quella elettrica, con questi due nuovi progetti di video su You Tube. Ma non si tratta di una scelta che va ad escludere il versante “indiano”, che resta sempre come mia privilegiata e parallela via espressiva e di ricerca. A luglio, infatti, suonerò il sarod con il grande tablista di Calcutta Angshubha Banerjee, in due concerti italiani (Padova e Vicenza); inoltre parteciperò alla serata di raccolta fondi per il Tibet, che si terrà all’Hotel La Perla di Corvara, per conto della Costa Family Foundation: in questa occasione sarà al mio fianco il percussionista e multi strumentista Max Castlunger, con cui da molti anni collaboro nella sperimentazione etnojazz. In autunno poi tornerò a suonare con Nihar Mehta, il tablista indiano residente a Nizza, in un concerto denominato Musique sans Frontières, promosso dal Centro Culturale La providence . In tutte queste occasioni ci sarà sempre mia moglie Silvia Refatto alla tanpura.

-- Parlaci allora dell’idea che sta alla base di “Jammin” e “Jazz guitar standards”. Finora hai pubblicato tre video.

-- Il progetto di performances virtuali con grandi batteristi (che prevede almeno 5 versioni) è nato abbastanza casualmente, ascoltando degli estratti del concerto del Trio of Doom, il supergruppo di John McLaughlin con i due mostri sacri Jaco Pastorius e Tony Williams: è stata proprio l’intro di “Dark Prince” a farmi scattare la molla di sviluppare dei loop di batteria su cui suonare la chitarra elettrica. Ho quindi cucito assieme digitalmente quello spezzone, frammentandolo in modo da renderlo più vario: su tale groove ho improvvisato liberamente con la mia Epiphone, traendo ispirazione solo dalla base ritmica della batteria. Il risultato è molto asciutto, essenziale, ma proprio per questo interessante e stimolante. A volte le soluzioni più semplici sono quelle che offrono più spazio creativo, permettendo più facilmente di uscire da schemi consueti e già sfruttati.
Il secondo video è basato su uno dei brani più interessanti della colonna sonora che McLaughlin aveva composto a commento del film “Molom” (ambientato in Tibet), coinvolgendo il tablista e batterista indiano Trilok Gurtu. In questo caso la base si avvale, oltre che della batteria, del tappeto synth originale, anche qui però tagliato e ricomposto, in modo da eliminare la chitarra originale. La mia improvvisazione, formalmente, non si discosta molto dalla linea eseguita da McLaughlin.

-- Sembra che anche in questo progetto tu sia fortemente influenzato dal grande chitarrista scozzese.

-- E’ vero, anche se inizialmente non era in programma, in quanto le basi su cui volevo lavorare riguardavano i batteristi. Ma poi la scelta è andata, non so quanto inconsciamente, su quelle composizioni in cui in qualche modo era coinvolto McLaughlin. D’altra parte, c’è da dire che tutti i più grandi batteristi hanno lavorato con lui, ed è stato perciò facile ritrovarlo, o come autore o come esecutore. Devo poi riconoscere che il mio idolo giovanile è stato proprio John, musicista che mi ha influenzato tantissimo e che ancora oggi è fonte preziosa di ispirazione. Credo comunque che il suo valore sia ormai universalmente accettato.

-- Nel terzo video si nota un collegamento molto deciso alla musica indiana…

-- E’ vero, il mio assolo è interamente basato su una scala che può essere considerata indiana, in quanto corrisponde alla cosiddetta Vachaspati, n.64 del Melakharta del Sud India ma che, da un’altra ottica, è invece una delle scale jazz più usate, la lidia b7 (un modo della cosiddetta jazz minor, o minore melodica). Questo sta anche a significare la profonda comunanza che esiste fra il jazz e il raga indiano, entrambi basati sull’improvvisazione. Nel brano in questione la sfumatura indiana è conferita dalla presenza delle tabla (suonate da Zakir Hussain), e dalla tanpura, che ho aggiunto proprio in considerazione dell’aspetto modale che ho voluto conferire al tutto. Il brano è al tempo stesso un omaggio ad Elvin Jones (nelle intenzioni dell’autore) e al batterista che suona, Dennis Chambers. La sezione che ho estrapolato, dal concerto live al Crossroads Guitar Festival, si riferisce al duetto fra batteria e tabla, dove la chitarra di McLaughlin è presente solo nel breve contrappunto ostinato, che non ho potuto eliminare.

-- Anche la scelta di una chitarra con la tastiera scaloppata (scalopped) è stata mutuata da McLaughlin?

-- No, non si tratta di emulare i bending estremi (tipo chitarra Shakti): in questo caso è solo una necessità dovuta al fatto che, per suonare il sarod indiano, devo tenere due unghie della mano sinistra lunghe, il che mi procura chiaramente grossi problemi nel suonare una chitarra con una tastiera normale: ho perciò dovuto provvedere a farmi scavare la tastiera da un mio amico liutaio, in modo da ridurre la difficoltà di diteggiatura, anche se non del tutto. Da McLaughlin, invece, ho preso l’uso della leva vibrato, anche in questo caso adattandola alla mia Epiphone, che di serie ne è sprovvista. L’uso della leva consente delle finezze espressive notevoli, permettendo quei microtoni calanti che solo uno strumento a fiato riesce a produrre, e che avvicina la chitarra alle potenzialità della voce umana. Direi che, oggi come oggi, non potrei più rinunciare ai vantaggi che leva vibrato e tastiera scalopped offrono.

-- La sonorità della tua chitarra è molto interessante. Puoi dirci come l’hai ottenuta?

-- Si tratta di una Epiphone Sheraton by Gibson, una chitarra tipo ES 335, ma con un diapason più corto. E’ uno strumento a cui sono molto affezionato e che preferisco ad un’altra più prestigiosa che ho, una Gibson ES 347. Il suono è stato ricavato tramite un processore, un Roland GP 100, un vecchio modello che ho da anni. Non si tratta di un patch di serie, ma ci ho lavorato un bel po’, modificando vari parametri per ottenere quella particolare timbrica che mi interessava. E’ un suono non troppo distorto (di cui utilizzo tre differenti livelli) ma sufficientemente corposo e caldo, in uscita stereo e con un leggero chorus. In sede di mixaggio è stato poi ulteriormente equalizzato. Per le parti soliste lo trovo molto “giusto”. A livello di accompagnamento, invece, ho elaborato un altro differente settaggio, più pulito e meno aggressivo: lo uso soprattutto nella serie dedicata agli Standard.

-- Parlaci di quest’altro tuo progetto chitarristico.

-- E’ nato parallelamente al primo, che era più diretto ad esplorare le possibilità solistiche e improvvisative. Sentivo in qualche modo il bisogno di legittimare la libertà espressiva che l’assolo mi consente, a volte con grande libertà e spirito di avventura, mostrando innanzitutto a me stesso di avere le giuste e necessarie basi, che gli standard possono dare. Lo studio e la pratica dei grandi temi del passato repertorio jazzistico, offrono una grande opportunità di maturazione e danno un importante stimolo per la crescita dell’ispirazione, aprendo le porte alla personale evoluzione stilistica e compositiva. Ho quindi ripescato alcune fra i miei brani preferiti fra i classici, adattandoli in versioni strutturate per sola chitarra. Trovo estremamente interessante e gratificante questa tecnica, in cui si esegue contemporaneamente la parte del tema solista e dell’armonizzazione.
Personalmente trovo che gli standards debbano costituire una fase di continuo studio e analisi, ma non dovrebbero far parte del repertorio principale di un musicista jazz, che invece deve esplorare e trovare strade nuove, a volte incognite e pericolose, prendendo il rischio che l’autentica improvvisazione necessariamente comporta, ma che è a mio avviso la vera natura e bellezza del jazz. Purtroppo, invece, molti jazzisti “puristi”, legati alla tradizione, si limitano a ripetere meccanicamente schemi ormai fissi e scontati, chiusi in una ripetitività autoreferente senza senso, in aperta antitesi con la libertà e l’avventura che il jazz può e deve dare.

-- Puoi anticipare le prossime pubblicazioni su You Tube?

-- Per quel che riguarda la sezione “Jammin” sono sicuramente in programma “Encuentros”, composizione di McLaughlin con Elvin Jones alla batteria e l’organo Hammond di Joey Di Francesco, e “Freedom Jazz Dance”, nella versione del quartetto di Miles Davis, con Tony Williams ancora alla batteria. Poi forse ci saranno altre due versioni, che non ho però ancora ben individuato.
La serie “Jazz Guitar Standards”, invece, comprenderà questi brani: Goodbye Pork Pie Hat (Charles Mingus), Blue in green (Miles Davis/Bill Evans), Django (John Lewis), Naima (John Coltrane) e The shadow of your smile (Johnny Mandel).





"Arena Romana Estate 2007" organizzata dalla Promovies,
in collaborazione con l'Assessorato alle Politiche Culturali e Spettacolo del Comune di Padova, presenta

“GUITAR MOVIE“ Colonna sonora per un film immaginario
Concerto live con le chitarre di Marco Corditis
Regia di Silvia Misto

venerdì 24 agosto 2007 alle ore 21.15

Palazzo Zuckermann, Corso Garibaldi 33 a Padova


Un concerto imperdibile per gli amanti della chitarra

Composizioni originali e successi internazionali arrangiati per chitarra acustica 6 e 12 corde, a commento di uno story board digitale: dal fingerpicking al blues, dal ragtime al country, passando dal latin sound al jazz. Brani intramontabili di Lennon-McCartney, Jagger-Richards, Bob Dylan, Donovan, Simon & Garfunkel, Leo Kottke, C.Jobim e tanti altri.


Non si è ancora spenta l’eco dello stupefacente canto difonico con cui Riccardo Misto ha recentemente colmato il Teatro Giardino di Palazzo Zuckermann, affascinando il numeroso e attento pubblico delle sue “Rivoluzioni armoniche” (spettacolo realizzato con gli eterici mandala elettronici della consorte Silvia Refatto e gli intermezzi poetici di Carla Stella), che già cresce l’attesa per la nuova proposta musicale organizzata dalla Promovies: “Guitar Movie”, il concerto con le chitarre di Marco Corditis, enigmatico e talentuoso musicista di cui non si sa molto, avvolto da un’aura di fitto mistero. Di lui si dice che sia dotato di una tecnica mista e spazi agevolmente da stili e atmosfere musicali disparate (country, blues, pop, jazz, latin ecc.). Il suo, come ci svela la sua agente Silvia Refatto Misto, è un nome d’arte, ricavato dall’anagramma di quello vero: questo particolare, aggiunto al fatto che il suo sia un sound piuttosto “misto”, insospettisce oltremodo e fa pensare che ci troviamo di fronte ad un personaggio ben conosciuto in città. Lo spettacolo, poi, prevede una proiezione con effetti di visualizzazione in grado di tradurre simultaneamente il suono, in questo caso delle chitarre, in forme astratte. Si tratta di una prima realizzazione di un progetto musicoterapeutico, VISUAL SOUND, rivolto soprattutto ai non udenti, ideato da Riccardo Misto. Di certo vale la pena andare ad ascoltarlo, venerdì 24 agosto alle ore 21.15 al Teatro Giardino di Palazzo Zuckermann, e scoprire così chi è veramente Marco Corditis.


Vaseline machine gun (Leo Kottke)-Palazzo Zuckermann, 24/08/07

Cripple Creek (Trad.)

Hoockfoot Blues (Hoockfoot)



"Meeting of the Spirits" (John McLaughlin) ottobre 2007


Riccardo Misto plays a "cosmic" version of "Django" (John Lewis, modern jazz Quartet)at Caffè Pedrocchi in Padua, Italy,during non stop show "for Mondial day of Poetry", 25/03/06.



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